La luce delle nove del mattino
Perché torniamo sempre alla stessa ora del giorno, e cosa succede alle persone quando la luce è morbida.
Se ci scrivete per un servizio, prima o poi vi proporremo le nove del mattino. Non è una regola che abbiamo letto da qualche parte: ci siamo arrivati contandoci gli scatti buoni negli anni.
Non è solo una questione di luce
La luce del primo mattino è morbida, certo. Arriva di lato, disegna i volti senza scavarli, non costringe nessuno a strizzare gli occhi. Ma se fosse solo questo, funzionerebbe altrettanto bene il tardo pomeriggio — e non è così.
Alle nove del mattino le persone non hanno ancora avuto tempo di irrigidirsi. Nessuno ha ancora litigato col traffico, nessuno ha ancora ripetuto quindici volte la stessa frase al telefono. C’è una specie di disponibilità che, verso sera, non si trova più.
La luce migliore è quella che arriva quando le persone non hanno ancora indossato la faccia della giornata.
Le case, a quell’ora, sono un’altra cosa
Nelle fotografie di famiglia questo è ancora più evidente. Il tavolo della colazione è un teatro: c’è chi si muove, chi resta seduto, chi torna indietro a prendere una cosa dimenticata. E la luce che entra dalla finestra della cucina è quasi sempre la più bella della casa.
Abbiamo fotografato la stessa cucina due volte, in due momenti diversi della giornata. Alle nove sembrava un posto in cui vivere. Alle sei di sera, la stessa stanza sembrava semplicemente una stanza.
E quando non si può?
Succede spesso: lavoro, scuola, bambini piccoli che a quell’ora sono impossibili. Allora si sposta tutto, e va benissimo. L’ora del giorno è uno strumento, non un dogma.
Però, se ci chiedete quando preferiamo lavorare, la risposta resta quella. Nove del mattino, luce laterale, caffè ancora caldo, e almeno mezz’ora prima del primo scatto.