Mi sono avvicinata al tavolo. Guardavo le mani di Silvia: fa la stessa cosa da undici anni e non se ne accorge più.
Sono rimasto sulla porta. Da lì si vedeva la stanza intera, e la luce che tagliava il tavolo a metà. Le mani le ha viste lei.
Rispondiamo entro ventiquattro ore. Se serve, fissiamo una chiamata.
Nello stesso secondo, Nemi guardava una cosa e Lele un’altra. Trascinate il cursore sulle fotografie e vedete la differenza. È il motivo per cui lavoriamo in coppia, ed è la cosa che non sapremmo fare da soli.
Mi sono avvicinata al tavolo. Guardavo le mani di Silvia: fa la stessa cosa da undici anni e non se ne accorge più.
Sono rimasto sulla porta. Da lì si vedeva la stanza intera, e la luce che tagliava il tavolo a metà. Le mani le ha viste lei.
Li ho seguiti da due metri. Volevo il gesto di lei che gli sistema il colletto, quello che fa sempre e che lui non nota.
Mi sono fermato in fondo alla strada e ho aspettato che arrivassero. Volevo far vedere quanto è stretto quel vicolo, e quanto erano piccoli dentro.
Ero seduta in mezzo a loro. A un certo punto ho smesso di pensare a fotografare e ho solo aspettato la risata.
Mi sono allontanato di dieci passi. Da lì la tavolata diventava una sagoma sola contro il cielo arancione.
Un fotografo solo deve scegliere: o il dettaglio o la scena, o il viso o il luogo. Ogni volta che sceglie, l’altra metà della storia va persa e nessuno saprà mai che esisteva.
Noi non scegliamo. Nemi sta vicino, Lele sta lontano, e alla fine della giornata mettiamo le due sequenze una accanto all’altra. Quello che ne esce non è il doppio delle fotografie: è una cosa diversa, che nessuno dei due avrebbe potuto fare da solo.
Le mani le ha viste lei. La stanza l’ho vista io. Il ricordo è fatto di tutte e due. Lele
Ogni lunedì ci alleniamo con una prova: guarda come va a finire
È il modo in cui lavoriamo, ed è compreso in ogni servizio.