«Non sono fotogenico.»
È la frase che sentiamo più spesso, e quasi sempre arriva prima ancora del preventivo. Vale la pena parlarne, perché nella maggior parte dei casi non descrive un difetto: descrive una sensazione, ed è una sensazione che si può sciogliere.
Prima cosa: non è colpa vostra, ed è normalissimo
Allo specchio vi vedete al contrario. È quella la faccia con cui siete cresciuti, quella che riconoscete la mattina. In fotografia vi vedete invece come vi vede chiunque altro — stessa faccia, orientata nel verso giusto — e il cervello la registra come leggermente sbagliata.
Non c’è niente da correggere: è semplicemente abitudine. Le persone che vi vogliono bene, guardando quella stessa immagine, vi riconoscono senza esitare.
Quasi nessuno si piace in fotografia quando è in posa. È per questo che non ve lo chiediamo.
Seconda cosa: il disagio non è per l’obiettivo, è per lo sguardo
Una macchina fotografica è un oggetto. Quello che mette a disagio è sapere di essere guardati, e non sapere cosa l’altro sta vedendo. È la stessa sensazione di quando qualcuno vi fissa mentre parlate: il corpo si irrigidisce prima che ve ne accorgiate.
Questo spiega perché le fotografie fatte da chi vi conosce vengono quasi sempre meglio di quelle fatte da un estraneo. Non è questione di tecnica: è che con quella persona non state controllando come apparite.
Terza cosa: servono dai dieci ai quindici minuti
È il tempo medio che ci vuole perché una persona smetta di sorvegliarsi. Non è un numero che ci siamo inventati: è quello che vediamo succedere a quasi tutti, servizio dopo servizio.
Per questo nei primi minuti fotografiamo pochissimo. Parliamo, ci facciamo raccontare qualcosa, prepariamo la luce. Le prime immagini finiscono quasi sempre nel cestino, ed è il prezzo perché esistano quelle dopo. Se volete vederlo succedere, nel provino ci sono anche gli scarti.
Quello che aiuta davvero
Nessuna riguarda l’aspetto. Tutte riguardano come state in quei minuti.
Avere qualcosa da fare
Camminare, versare il caffè, sistemare il colletto a qualcuno. Il corpo si compone da solo quando la testa è occupata altrove: è il trucco più vecchio e il più efficace.
Dare un compito alle mani
Una tazza, una tasca, la mano di chi vi sta accanto. Le mani senza istruzioni sono la prima cosa che tradisce il disagio, e anche la più facile da risolvere.
Non provare la faccia prima
Le espressioni provate allo specchio si vedono tutte. Arrivate senza piano: è il modo più rapido per non sembrare qualcun altro.
Portare qualcuno con cui parlare
Anche se la fotografia è solo vostra. Avere una persona a cui rispondere sposta l’attenzione fuori da voi, che è esattamente dove serve che stia.
Dirci prima cosa non vi piace
Il profilo, i denti, le braccia, una cicatrice. Se ce lo dite, lo evitiamo e nessuno ne parla più. Se non ce lo dite, lo passerete a controllare per tutto il tempo. C’è una domanda apposta nella scheda del racconto.
Una cosa che diciamo sempre
Non state cercando una fotografia in cui siete perfetti. State cercando una fotografia in cui vi riconoscete — e sono due cose diverse, che spesso vanno in direzioni opposte.
Le immagini che le persone tengono, stampano e appendono non sono quasi mai le più belle tecnicamente. Sono quelle in cui c’è un gesto vero: una risata arrivata da sola, una mano che si muove, uno sguardo di sbieco a qualcuno che sta fuori dall’inquadratura.
Quelle non si possono costruire. Si possono solo aspettare, ed è il motivo per cui veniamo in due: mentre uno parla con voi, l’altro guarda.
Non dovete diventare fotogenici. Dovete solo smettere, per un quarto d’ora, di guardarvi da fuori. Nemi
Probabilmente è il momento
di provarci
Scriveteci dicendo proprio questo: che non vi piacete in fotografia. È un ottimo punto di partenza, e non sarete i primi.